CETA, Senatore Presidente Ettore Licheri annuncia approfondimento conoscitivo

Una democrazia ratifica un trattato commerciale se è nell’interesse di tutti i suoi cittadini. Vale per il CETA, il trattato di libero scambio tra Europa e Canada, ma non solo. Per questo sono felice di annunciare che a settembre la Commissione Affari Europei del Senato che ho l’onore di presiedere inizierà un approfondita indagine conoscitiva sul CETA e sui principali temi presenti nell’agenda commerciale europea.

 

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Per la Sardegna il M55 avrà un programma rivoluzionario

 

Ettore Licheri non ha dubbi: il Movimento 5 Stelle presente­rà alle Regionali un programma «coraggioso e rivoluzionario». L’avvocato sassarese, neo sena­tore pentastellato e presidente della commissione Politiche Ue, è ottimista sul futuro dei Cinque stelle in Sardegna e a Roma. Ma, dopo le polemiche dei giorni scorsi su Andrea Mura, ammet­te di aver sbagliato a pensare che il velista «fosse un valore ag­giunto».

L’assenteismo di Mura vi ha creato imbarazzo?

«Su di lui è stato detto tutto. I cittadini, però, hanno constata­to che il Movimento ha pronta­mente allontanato chi ha man­cato ai propri doveri istituziona­li».

Personalmente che cosa ne pensa?

«Mi spiace per Mura, ritenevo che potesse essere un valore ag­giunto ma mi sbagliavo. Andia­mo avanti, siamo tutti utili alla causa ma nessuno è indispensa­bile».

C’era l’accordo sul ruolo di te­stimoniai?

«Assolutamente no».

Le regionarie premieranno il valore reale dei candidati?

«Non posso rivelare nulla sui nomi. Ma posso anticipare che, dai tavoli di lavoro, uscirà un programma veramente corag­gioso, rivoluzionario, ricco di progetti innovativi che final­mente racconteranno una nuo­va idea di Sardegna».

Basterà a convincere gli eletto­ri?

«Siamo entrati nel terzo mil­lennio e spero che scelgano di non farsi accompagnare in que­sto percorso dai politici del seco­lo scorso».

Sarete avversari della Lega. Un problema?

«No. Abbiamo percorsi e sto­rie politiche diversi. A Roma sia­mo riusciti a fare una sintesi efficace moderna consacrata dal contratto, ma nei territori ognu­no porta avanti i propri proget­ti».

Dopo due mesi è possibile fa­re un bilancio del nuovo gover­no?

«Sì, ed è straordinariamente positivo. Dopo 25 anni di cagno­lini, signorsì e raccontatori di barzellette, ci siamo riconqui­stati in Europa l’autorevolezza ed il rispetto perduto».

Qualche problema sul tema dei migranti?

«Abbiamo troncato il business dell’immigrazione che aveva fat­to cosi tanto felice Salvatore Buzzi di Mafia capitale e, sia chiaro, senza aver mai mancato agli obblighi giuridici e morali di soccorso in mare».

Quali meriti al Movimento?

«Stiamo liberando i giovani dalla schiavitù del precariato, i poveri dalla schiavitù del gioco d’azzardo, l’economia dal tradi­mento delle delocalizzazioni. Stiamo insomma restituendo ai lavoratori quelle tutele sociali che destra e sinistra avevano sa­crificato all’altare del neoliberi­smo finanziario».

Ha già testato la difficoltà di rapportarsi con l’Unione euro­pea?

«Al contrario. Sia io che il mi­nistro Savona abbiamo raccolto un generale sentimento di colla­borazione da parte delle istitu­zioni europee. Certo, stiamo vi­vendo il cambio repentino di un epoca. Tutte le istituzioni devo­no sentire perciò l’esigenza di darsi una nuova architettura più aderente alle nuove esigenze del popolo».

Il governo è contro il Ceta. I prodotti agroalimentari sono a rischio?

«Sulla questione l’attuale di­battito pubblico pecca di super­ficialità. Il trattato contiene cen­tinaia di clausole, alcune potreb­bero essere positive, altre molto negative. Se un governo ratifica un trattato nessuno deve piange­re e nessuno gongolare di gioia, per la semplice ragione che un buon governo firma un trattato quando questo è nell’interesse generale di tutti i cittadini».

Matteo Sau (L’Unione Sarda)

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Aree di crisi industriale complessa, la Commissione Ue del Senato dà parere positivo

Aree di crisi industriale complessa, la Commissione Ue del Senato dà parere positivo

 Saranno stanziati nove milioni di euro a favore della Regione Sardegna per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali. E quei soldi non sono considerabili “aiuti di Stato”, questo in sintesi il contenuto del parere favorevole della Commissione delle Politiche dell’Unione Europea presieduta dal senatore sardo  Ettore Licheri (M5s).  «Da sardo sono orgoglioso che il primo atto a mia firma di questa legislatura abbia riguardato la mia terra. Sono certo che il sistema Europa con i suoi regolamenti, se studiato con attenzione, potrà essere un partner importante per il rilancio dell’economia».

Uno stanziamento di 9 milioni di euro per il 2018, in favore della regione Sardegna, per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga nelle aree di crisi industriale complessa. La XIV Commissione permanente del Senato, competente in materia di rapporti con l’Unione europea, ha dato parere non ostativo al ddl di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 maggio 2018, n. 44, recante misure urgenti per l’ulteriore finanziamento degli interventi di cui all’articolo I, comma 139, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, nonché per il completamento dei piani di nuova industrializzazione, di recupero o di tenuta occupazionale relativi a crisi aziendali, approvato dalla Camera dei deputati.

La Commissione presieduta dal senatore sardo Ettore Licheri (M5s) era chiamata ad un passaggio delicato e importante. Si trattava, infatti, di verificare che i soldi stanziati non fossero da considerarsi “aiuti di Stato” e dunque vietati dal famigerato regolamento 651/2014 che dichiara alcune categorie di sostegno finanziario pubblico compatibili con il mercato interno CE ed altre incompatibili.

È noto come in passato gli aiuti di Stato siano stati oggetto di interpretazioni (a cominciare dal delicato tema della continuità territoriale) eccessivamente restrittive. Autentiche tagliole scattate inesorabili al nascere di tanti trascorsi progetti di rilancio dell’isola. L’auspicio è che adesso, con un sardo alla Presidenza della Commissione Politiche UE, i rapporti con le linee di pensiero di Bruxelles possano essere più costruttivi e meno conflittuali.

«Tengo a precisare che il dossier è stato istruito con la massima cura, obiettività e diligenza, tanto che il provvedimento è stato votato all’unanimità da tutte le forze politiche. Approfitto per ringraziare anche il senatore sardo Emilio Floris intervenuto nella discussione – dichiara il presidente Ettore Licheri –. Sono felice che la Commissione da me presieduta abbia dato dimostrazione di come il sistema Europa con i suoi regolamenti, se studiato con attenzione, possa essere un partner importante per il rilancio della nostra economia».

Esaminati tutti gli orientamenti espressi sul punto dalla giurisprudenza Europea la Commissione delle Politiche Ue del Senato ha così valutato che   nel rifinanziamento “non sembrano sussistere profili di incompatibilità con l’ordinamento dell’Unione europea”.

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Tutto ma non chiamateli intellettuali

L’altro grave problema è che in questo paese sono spariti anche gli intellettuali. Coloro che mentre tutti commentano una notizia loro ne fissano un’altra. Menti capaci di stupirti per l’originalità e la velocità di pensiero. Intelligenze libere e scalpitanti, per natura ostili a tutto ciò che sa di ovvio e catalogato.
Non basta, dunque, essere un bravo narratore per essere un intellettuale: il primo può adagiarsi sul già detto o sul già scritto, il secondo non lo farebbe mai, preferendo piuttosto cambiare l’angolo di visuale delle cose.

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Ennesima presa in giro ai danni dei sardi

Ennesima presa in giro ai danni dei sardi: Tirrenia sposta la sede legale da Cagliari a Milano e gli oneri fiscali sul suo fatturato andrà a pagarli altrove. Arrivederci e grazie.

Niente di nuovo, per carità, si tratta di un copione che si ripete da sempre. Sardegna, terra da sfruttare e profitti che volano altrove .
Il gruppo Onorato incassa € 73 milioni annui di contributi pubblici ed il diritto di gestire a suo piacimento la mobilità dei cittadini isolani. Un privilegio per il quale la società ringrazia consegnandoci, ogni anno, una lista di disservizi e tariffe estive esorbitanti.
Il gruppo incassa i soldi, noi incassiamo gli insulti: la sede operativa di Tirrenia resterà a Napoli mentre quella legale si trasferirà a Milano.
In fin dei conti, per i contabili societari siamo solo numeri da cui trarre utili. Gente che si muove per mare, senza diritti e senza tutele.
Ma chissà che non sia vicino il giorno in cui, anche per i signori della continuità territoriale, qualcuno potrà esclamare: “È finita la pacchia”.

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Da Moggi a Zola e Buffon: Licheri si racconta.

Il neo senatore si è dimesso dalla Procura federale della Figc di Roberto Muretto.

13 marzo 2018

SASSARI. Dopo vent’anni, ha consegnato la lettera di dimissioni dalla Procura federale della Figc. Ettore Licheri ieri ha lasciato il mondo dello sport per una nuova esperienza: la politica. È stato eletto senatore nelle liste del M5S. Dai campi di calcio agli scranni di Palazzo Madama per portare la sua esperienza maturata in più ambiti professionali.

C’è una partita che ricorda in modo particolare?

«Cagliari-Salernitana al Sant’Elia. Abeijon viene espulso perchè si ribella agli insulti rivolti a sua figlia da Giacomo Tedesco. Langella vendica il compagno e gli spara un pugno in faccia. Quella è stata la prima volta che la giustizia sportiva ha riconosciuto la provocazione, così Langella ha potuto evitare una lunga squalifica».

Chissà quanti amici ha nel mondo del calcio, forse anche dei nemici.

«Ho conosciuto tante persone per bene e altre con le quali non prenderei nemmeno un caffè. Cito Simone Inzaghi che ho conosciuto da giocatore, mi ha fatto piacere incontrarlo da allenatore nella mia ultima partita a bordo campo. Ho avuto un ottimo rapporto con Spalletti, col quale ci incontravamo spesso d’estate perchè lui frequentava Palau e i nostri figli si conoscevano bene».

Lei ha seguito tante inchieste. Ricorda un particolare?

«La sofferenza di Pippo Carobbio quando ha deciso di collaborare con la giustizia sportiva. Il giorno del processo Antonio Conte si lamentò parlando di un rapporto confidenziale tra il calciatore e un componente della Procura. Si riferiva a me. Parole dette senza conoscere la realtà».

Come è cominciata la sua avventura alla Procura?

«Grazie a Carlo Porceddu che allora era il procuratore federale. Gli avevo espresso il desiderio di mettere al servizio dello sport la mia preparazione in materia giuridica e lui mi fece entrare nell’Ufficio inchieste. Da Carlo ho imparato cosa vuol dire avere la schiena dritta. Riceveva tante pressioni, non si è mai piegato».

Il calciatore più simpatico?

«Buffon. Per la generosità e l’attenzione verso i bambini».

Ci racconta un aneddoto dei tanti interrogatori fatti?

«Quello di un allenatore allora sconosciuto, chiamato in causa per una omessa denuncia. Ricordo che si presentò senza un avvocato e spiegò con serenità le sue ragioni. Alla prima udienza chiese di parlare davanti alla commissione Sport e convinse i giudici della sua estraneità ai fatti. Era Maurizio Sarri, ora uno dei tecnici più bravi in Europa».

Lei ha interrogato più volte Luciano Moggi. Era davvero così arrogante?

«Al contrario, era affabile, riusciva a entrare in empatia con tutti. Ricordo di aver mangiato insieme a lui il porcetto cucinato da signor Matteo, custode del Sant’Elia. Quando è scoppiata Calciopoli devo dire che Moggi, a modo suo, collaborava. Il taciturno era Antonio Giraudo».

Definisca con un aggettivo alcuni calciatori. Cominciamo da Gianluigi Buffon.

«Motivatore, sincero».

Gianfranco Zola?

«L’eleganza e la modestia. Solo per lui gli arbitri facevano un’eccezione al protocollo chiedendogli la maglietta».

Francesco Totti?

«Generoso. Posso testimoniare delle tante volte che è intervenuto per aiutare suoi colleghi in difficoltà».

Paolo Maldini?

«Freddo, gioviale ma sempre molto contenuto».

Alessandro Del Piero?

«Alla mano. Ricordo che ero a Torino per una gara della Juventus e un bambino sassarese che non stava bene di salute, voleva la sua maglia. Gli ho raccontato tutto e a fine partita stavo andando via dimenticandomi di prendere la maglietta. È stato lui a portarmela e c’era anche la dedica».

Un giocatore del Cagliari col quale ha conservato un rapporto di amicizia?

«Daniele Conti. Mio padre, tifosissimo del Cagliari, spesso mi accompagnava alle partite. Se Daniele veniva espulso a fine partita gli faceva la ramanzina e lui, pazientemente, lo ascoltava. Io provavo imbarazzo, ma Conti sapeva che quelle erano le parole di un padre».

Altri sardi a bordo campo?

«Salvatore Casula di Cagliari, farà una bella carriera».

Le piace il Var?

«Sono favorevole. I dati statici dicono che molti errori sono stati corretti. E poi a me piace la suspence che crea».

Come è cambiato il calcio in questi vent’anni?

«C’è una maggiore consapevolezza politica degli allenatori e degli atleti. E questo grazie a uomini come Albertini, Tommasi e Ulivieri. L’auspicio è che in futuro sia più equilibrato il rapporto sport-politica».

Il calcio sardo non se la passa benissimo. Ha qualche suggerimento da dare?

«Qui si vive un momento delicato, anche se ora abbiamo tre squadre tra i professionisti. La nostra economia è soffocata dalla crisi. Questo ha favorito l’ingresso nelle società di personaggi dal passato oscuro che spesso hanno fatto soltanto danni. La Gallura è l’eccezione, progetti che vanno incoraggiati e sostenuti».

Sport e politica non vanno proprio d’accordo, perchè ha deciso di fare questo salto?

«Ho il desiderio di dare alla politica un aspetto più sorridente. Domenica un dirigente del Cagliari mi ha detto che era stupito che tutti mi volessero bene nonostante nella mia carriera abbia fatto infliggere più di 100 mila euro di multa alla società. Ecco, vorrei che questo succedesse anche in politica. Giulini si è raccomandato, dicendomi di sostenere lo sport anche da senatore. È questa la mia missione».

 

Fonte La Nuova Sardegna

 

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La politica e la salute dei cittadini: Quale futuro?

La politica e la salute dei cittadini: Quale futuro?

Andrea Piana e Giovanni Sotgiu

La salute rappresenta una condizione di benessere fisico, psichico, sociale, ed ambientale secondo la dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948.

Tale concetto è stato implicitamente anticipato dall’articolo 32 della Costituzione che considera la salute come un diritto che deve essere garantito e, come tale, lo Stato Italiano deve mettere in condizione tutti i cittadini di raggiungere il più alto livello di salute. E ciò ad evidenziare, qualora fosse necessario, la lungimiranza dei nostri padri costituenti.

Tuttavia, la modifica dell’articolo V della Costituzione del 2001 e la conseguente regionalizzazione e costituzione di 21 sistemi sanitari diversi ha condotto a differenti modelli assistenziali e standard organizzativi che hanno creato profonde diseguaglianze ed iniquità, particolarmente nel centro e sud Italia ed a carico delle fasce più povere della popolazione. Ciò ha avuto, anche alimentata dalla profonda crisi economica, fattasi rilevante a partire dal 2008 in poi, conseguenti riflessi sullo stato di salute generale della popolazione e sul welfare.

Come anche evidenziato dall’ultimo Rapporto di Osservasalute 2017, l’aspetto più eclatante delle diseguaglianze socio-assistenziali è risultato la riduzione della vita media di maschi e femmine, particolarmente nel sud Italia.

Come far fronte a questo squilibrio? La politica potrebbe dare risposte in tale ambito?

Riteniamo che la salute debba rappresentare una priorità delle agende della politica nazionale, regionale, e locale, con interventi legislativi e normativi mirati a dare enfasi alla tutela ed al potenziamento dello stato di salute. Questo si configura non solo con interventi diretti all’interno dei servizi sanitari regionali, ma anche attraverso politiche di tutela dell’ambiente, del lavoro (e quindi del reddito individuale), del sistema sociale, dell’economia, della ricerca, e del sistema scolastico e universitario.

Una lettura attenta delle criticità epidemiologiche, mediante il miglioramento dei sistemi informativi, permetterebbe di identificare meglio le priorità ed i bisogni di salute e di poter meglio dare specifiche risposte ove più necessario, con conseguente migliore allocazione delle risorse economico-finanziarie.

Sarebbe auspicabile una capillare opera educativa per la salute, integrata all’interno dei programmi ministeriali, a partire dalla scuole primarie; in particolare, un percorso educativo mirato alla conoscenza della prevenzione e dei migliori stili di vita potrebbe creare i presupposti per un miglioramento della consapevolezza sull’importanza della tutela della salute individuale, collettiva, ed ambientale.

Per il raggiungimento dei suddetti obbiettivi, sarebbe opportuno rivalutare la centralizzazione delle politiche sanitarie e scolastiche, al fine di definire un quadro di uniformità legislativa all’interno del territorio nazionale.

Una rinnovata sostenibilità finanziaria del servizio sanitario nazionale rappresenta l’elemento cruciale di garanzia al mantenimento di adeguati standard nei servizi, non disgiunto dalla necessità di fornire nuova linfa ed impulso alla ricerca finalizzata all’identificazione di strumenti per il soddisfacimento dei bisogni di salute.

 

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“Siamo tutti sbirri!”

“Siamo tutti sbirri!” Ha esclamato Luigi Ciotti, poche settimane fa a Locri, dal palco della manifestazione per la giornata della memoria contro le mafie. Così replicando alla scritta “Don Ciotti sbirro” comparsa nella notte sui muri della cittadina calabrese.

Ad una vile strisciata di vernice sul muro il prete fondatore di “Libera” ha risposto con un altra delle sue prodigiose sfide sociali: capovolgere il significato sprezzante della parola “sbirro” e trasformarla in una parola positiva, in un sinonimo di persona retta, di uomo giusto, di cittadino che vive nel rispetto della legalità.

Com’è noto, il significato semantico delle parole muta con il fluire della Storia e con la quotidiana dialettica della vita. Nulla impedisce, dunque, che il sogno di Ciotti si realizzi e che la parola sbirro si affranchi dal recinto dell’insulto per diventare simbolo di uno stile di vita irreprensibile.

Ma perché ciò avvenga, siamo davvero disposti a vivere da sbirri?

Sia chiaro che essere sbirri non è affatto facile.  Anzi, usare il valore della legalità come bussola per le proprie scelte può rivelarsi addirittura svantaggioso. Significherebbe respingere le raccomandazioni, rifiutare i baratti elettorali e resistere ai miraggi dei guadagni facili e veloci. Ma non solo. Vivere da sbirri è impegnativo anche nei piccoli doveri della quotidianità come, ad esempio, il dovere di differenziare l’umido dalla plastica, il dovere di prendersi cura dell’aiuola sotto casa e di non posteggiare negli stalli per disabili. 

Ed allora, siamo sufficientemente maturi per meritarci il titolo onorifico di sbirri e mettere il senso di giustizia al centro della nostra vita di cittadini?

No, non lo siamo.

Il Procuratore Regionale della Corte dei Conti di Cagliari in occasione dell’apertura del corrente anno giudiziario, ha parlato di “una persistente tendenza a tollerare quelle deviazioni del sistema, fatte di legami, di reti di connivenze, di commistioni tra pubblico e privato, di fedeltà in cambio di favori, che costituiscono il substrato su cui si regge la manifestazione di ‘potere'”.

Parole sinistramente affini a quelle che sono solite provenire dagli avamposti giudiziari nei territori di mafia. Parole pesanti come pietre che avrebbero dovuto promuovere un severo processo di riflessione tra tutte le componenti della società civile isolana. Ed invece, il richiamo del magistrato contabile ad un comportamento “maggiormente improntato ai valori etici essenziali” si è dissolto nell’indifferenza. L’irrisolta questione morale che tanto doleva ad Enrico Berlinguer continua a rappresentare, in Sardegna come altrove, un tema dal quale rifuggire.

La lotta per la rimozione degli ostacoli sociali di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione non può essere affidata esclusivamente allo Stato, ma deve essere portata avanti da tutti noi. Tutti i giorni, tutto il giorno. Nella quotidiana consapevolezza, come scriveva Oriana Fallaci nel suo libro “Un uomo”, che “non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, ma lo si fa per noi stessi, per principio, per la nostra dignità”.

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I CONTORCIMENTI LESSICALI DI CONFINDUSTRIA

“Si faccia una legge urbanistica senza ideologie”, scrive Confindustria. Ed è difficile anzi impossibile dissentire. Soprattutto per chi, come me, fa parte di un Movimento che da tempo va annunciando l’estinzione delle due ideologie post-belliche. Entrambi soffocate per mano di un capitalismo tecnocratico-finanziario reso cieco dal profitto .

Il punto però è un altro. Scomparse le politiche di destra e di sinistra, il vuoto sarebbe dovuto essere colmato da una nuova politica. Una politica aperta e lungimirante, una politica alleggerita dai condizionamenti di categoria,  finalmente libera di correre  attraverso  un linguaggio semplice ed immediato.

Invece, ridotto alla sua nuda trama, il documento degli industriali non sembra affatto scritto in questo modo.

Un esempio. Affermare che “la legge deve contenere la possibilità di intervento nelle strutture esistenti, anche se ricadenti nella fascia dei 300 metri dal mare, finalizzata ad adeguare le strutture ai parametri richiesti dal mercato», cosa significa?

In cosa consisterebbero questi “parametri richiesti dal mercato”? 

Non credo di sbagliare se dico che la storia della nostra isola è così affastellata di contorcimenti lessicali che non c’è un solo  sardo che non diffidi ascoltando l’espressione “parametri richiesti dal mercato”.

Capisco, dunque, come ogni proposizione porti in sé le ragioni della sua debolezza ma la genericità di questa frase non potrà che generare diffidenza. Una diffidenza che non è più di destra o di sinistra perchè è semplicemente figlia di passate atrocità commesse nel nome delle “esigenze di mercato”.

L’appello potrà trovare il consenso della gente solo se in quei “parametri richiesti dal mercato” Confindustria saprà cogliere la luce di una nuova strategia di mercato. Una strategia che preveda l’ampliamento e la diversificazione dell’offerta turistica, prestando attenzione  magari non più solo alle spiagge ma alla cultura millenaria che riposa dietro di esse.

Una cultura che da troppo tempo  aspetta di essere donata al mondo.

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La morte serena

In un luminoso mattino di novembre di qualche anno fa perdeva la vita Walter Piludu. Aveva appena compiuto 66 anni di cui gli ultimi quattro vissuti incatenato ad un respiratore artificiale. Era affetto da una grave forma di  sclerosi laterale amiotrofica e solo pochi giorni prima, attraverso un sofisticato sistema di comunicazione oculare, aveva parlato col proprio giudice tutelare del Tribunale di Cagliari.

“Il mio corpo è immobile, ho solo lo sguardo per comunicare,”  aveva scritto, “vorrei poter decidere io quando andarmene e morire accanto alle persone che amo, senza emigrare in Svizzera. Perché la vita non può essere una prigione, c’è un diritto di dignità e di libertà”.

Prima di lui, la voce registrata di Piergiorgio Welby e i desideri raccontati di Eluana Englaro avevano scosso le coscienze degli italiani. Ma le parole dell’ex politico cagliaritano erano rifluite ribollenti lungo l’impervio territorio dell’etica giuridica, tra il diritto all’autodeterminazione del malato ed il principio dell’inviolabilità della vita umana.

Del tempo è passato da allora, ma la questione del fine vita è ancora oggi rimessa alla sensibilità giuridica dei giudici dei Tribunali. Arbitri imbarazzati davanti a chi, imboccato l’ultimo tratto della propria esistenza, supplica di essere allontanato dallo spettro di una morte per soffocamento. Esistenze che desiderano compiere in libertà l’ultimo cammino di vita, lontano dagli ingranaggi di una macchina dispensatrice di ossigeno e tormento. 

Nell’assenza di una specifica disciplina giuridica, il sapiente coraggio di una giudice sarda permetteva al combattente Walter Piludu di congedarsi con sollievo e dignità.

Un’opportunità che oggi, grazie al decisivo contributo del Movimento 5 Stelle , è  diventata legge dello Stato.

Vige adesso una normativa che permette – entro certi limiti – di esprimere in anticipo a quali trattamenti medici rinunciare nel caso di gravi malattie. Una manifestazione di volontà espressa attraverso la redazione di un documento c.d. di “disposizioni anticipate di trattamento” (DAT) nel quale indicare a quali terapie si vuole rinunciare, nel caso in cui la malattia impedisca di esprimere la propria opinione.

Nessuno dovrà più supplicare davanti ad un Tribunale, nessuno dovrà più temere una morte atroce, perché – come recita testualmente l’art. 32 della Costituzione- «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

Il processo di crescita civile di una nazione non è un fatto naturale; questo avviene solo se ci sono fenomeni sociali ed azioni individuali capaci di sostenere un valore e di portarlo avanti con coraggio e caparbietà. Walter Piludu lo ha fatto con l’orgoglio tipico della sua terra e la purezza di una coscienza che nessuna malattia avrebbe mai potuto corrompere.

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